Legge della blasfemia e libertà religiosa. Il caso della Repubblica islamica del Pakistan

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A cura di Shahid Mobeen
Editrice APES

Per la prima volta uno studio interamente dedicato alle leggi della blasfemia.

 

Lo studio all’origine del volume ricostruisce il concetto di blasfemia sin dalle sue origini, analizzandolo dapprima nelle religioni abramitiche e poi nel particolare contesto pachistano.
La cosiddetta legge anti-blasfemia corrisponde in realtà ad alcuni articoli del codice penale pachistano, alcuni dei quali ereditati dalla legislazione dell’impero britannico. Tuttavia negli anni 80 e 90 l’introduzione di alcune modifiche hanno permesso un’enorme abuso della legge «facendo vittime di tutte le confessioni religiose, incluso l’Islam». Tra queste l’aggiunta dei commi B e C dell’articolo 295 – che puniscono chiunque profani il Corano o insulti il profeta Maometto rispettivamente con l’ergastolo e la pena capitale – che fornendo una descrizione piuttosto ampia del reato di blasfemia, si prestano ad un uso improprio della norma.
Sono infatti innumerevoli i casi in cui la legge anti-blasfemia viene utilizzata per risolvere questioni personali, «con la differenza che quando l’accusa viene mossa contro un cittadino di fede islamica, è il singolo a subire le conseguenze dell’imputazione, mentre quando viene incriminato un cittadino di altra fede religiosa, il rischio è che a subirne le conseguenze sia l’intera comunità di appartenenza».
L’indefinitezza delle norme contribuisce inoltre a «fomentare una recrudescenza delle violenze soprattutto nei confronti dei soggetti più deboli, che in tal caso vanno identificati negli appartenenti alle minoranze religiose», come testimonia l’altissimo numero di omicidi extra giudiziali dei presunti blasfemi.

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